La Serie A sta vivendo un campionato ricco di temi tecnici: allenatori protagonisti, centravanti decisivi, portieri che cambiano le partite. Ma accanto allo spettacolo del campo, cresce anche un fenomeno che rischia di offuscare tutto il resto: quello delle simulazioni, delle proteste sistematiche e delle sceneggiate che accompagnano ogni partita.Non c’è weekend senza un episodio contestato. Ogni decisione arbitrale diventa un caso, ogni intervento è passato al microscopio, ogni contatto genera una polemica che spesso supera i confini della partita stessa. Anche quando non c’è nulla di realmente rilevante, il refrain è sempre lo stesso: “E nella partita precedente? E in quell’altro episodio?”.
In questo clima già teso, si inseriscono episodi come quello recente che ha coinvolto Saelemaekers, protagonista di una caduta eccessivamente accentuata dopo un fallo subito. Comportamenti così, in un’epoca in cui le telecamere catturano tutto, risultano ancora più evidenti e contribuiscono a creare una narrazione distorta e frustrante.
Il problema non riguarda una sola squadra o un solo giocatore: è un trend generale, un atteggiamento collettivo che rischia di trascinare il calcio in una spirale di recriminazioni e sospetti. E questo succede quando siamo solo a un terzo del campionato. Cosa accadrà nei mesi decisivi, quando ogni punto potrà determinare scudetto, Champions League o salvezza?
La Serie A ha bisogno di una riflessione profonda. Meno teatro, meno tentativi di manipolare la percezione, più responsabilità verso uno sport che merita trasparenza e rispetto. Perché senza fair-play, anche il miglior campionato perde brillantezza.



