Tredici giornate, sette squadre racchiuse in cinque punti, una classifica cortissima e la sensazione di un campionato senza un dominatore. In vetta non ci sono certezze e, accanto alle pretendenti tradizionali, spuntano anche Bologna e Como: “intruse” solo sulla carta, perché i risultati le tengono a un passo dalla cima. Sulla suspense, quindi, nulla da dire: la Serie A è apertissima e promette battaglia fino a maggio.
Il punto, però, è un altro: la competitività non coincide automaticamente con lo spettacolo. Basta confrontare una big europea come Chelsea-Arsenal con una sfida al vertice di Serie A per accorgersi che, spesso, in Italia mancano intensità, ritmo e continuità offensiva. E non è solo una questione di gusto: incidono il timore dell’errore, la centralità del risultato, i momenti di gioco spezzettati e una tendenza generale a “proteggersi” più che a costruire.
Due modelli che si specchiano e impoveriscono il gioco
Negli ultimi mesi il campionato sembra essersi polarizzato su due sole interpretazioni tattiche:
- Pressione uomo su uomo a tutto campo, per alzare i giri e provare a sporcare ogni uscita avversaria.
- Blocco medio-basso o basso, con densità centrale e concessione del cross come unica via, difendendo “di sistema” e aspettando l’errore.
In mezzo, poco. Le difese a tre sono ormai la norma e in fase di non possesso diventano spesso a cinque: così tante partite finiscono per essere speculari, con accoppiamenti automatici e poche variazioni. Se due squadre giocano 3-4-3 o 3-4-2-1, le marcature si “incastrano” da sole; se si affrontano due 3-5-2, l’adattamento massimo è l’uscita di una mezzala sul braccetto e la schermatura del play. Fine.
Attacco ridotto al minimo: o lancio o giro palla infinito
Il problema è che, con questo scenario, anche la fase offensiva tende a semplificarsi:
- contro chi marca a uomo, si prova ad attirare pressione e poi cercare lancio e profondità alle spalle;
- contro i blocchi bassi, si finisce spesso in giri palla laterali alla ricerca di varchi che non arrivano, con partite che si “spengono” fino all’episodio.
Le eccezioni: Milan più “mobile”, Como davvero fuori scala
Nella scorsa stagione l’Inter di Inzaghi rappresentava un’eccezione: rotazioni, sovraccarichi, cambi di gioco rapidi, meccanismi capaci di rompere sia la marcatura a uomo sia la difesa a zona. Oggi i nerazzurri appaiono più dentro la logica della verticalità e dell’aggressività, perdendo parte di quella raffinatezza.
A sorpresa, qualche soluzione interessante arriva dal Milan di Allegri, che sta lavorando su uscite mobili per disordinare la pressione: il play che si abbassa, i centrali che si aprono e si propongono, i movimenti che creano linee di passaggio e inserimenti anche da dietro. Azioni che, quando funzionano, portano a sviluppi davvero puliti.
Ma la vera squadra “diversa” è il Como di Fabregas. Pur a pochi punti dalla vetta, propone un calcio più internazionale: tecnica diffusa, coraggio nel palleggio, esterni veri, rotazioni di centrocampo con qualità tra le linee e più soluzioni per arrivare in porta. Si vedono combinazioni nello stretto, cambi di ritmo, principi chiari di occupazione degli spazi e una ricerca più moderna dell’ampiezza e della profondità.
In un campionato senza padrone, il Como è un segnale: si può stare in alto anche provando a giocare. La speranza, per la Serie A, è che quel seme attecchisca e costringa tutti ad alzare il livello, non solo della classifica, ma anche del gioco.



