José Mourinho torna allo Stadium e lo fa da protagonista assoluto. Alla vigilia di Juve-Benfica, match chiave di Champions, lo Special One non si nasconde: i portoghesi sono costretti a vincere per restare in corsa per i playoff e il tecnico lo ribadisce senza giri di parole.
“Domani è una finale come tutte le altre”, spiega Mourinho. “C’è pressione, ma paradossalmente sarebbe più difficile se il pareggio bastasse: quando sai di dover vincere, la testa è più libera e il focus è totale”.
Mourinho: “Alla Juve? Sì, se mi chiamassero”
Tra le frasi destinate a far discutere, spicca l’apertura alla panchina bianconera: “Sì, se mi chiamassero allenerei la Juventus”. Un cambio di scenario rispetto al passato, con Mourinho che oggi sottolinea come nel calcio i percorsi possano cambiare e come non sia strano vedere allenatori di livello passare da grandi club a grandi club.
Il rapporto con Spalletti
Inevitabile anche il tema del duello in panchina con Luciano Spalletti. Mourinho smorza la tensione: “Le frecciatine fanno parte del calcio. Ma ciò che conta è la stima: rispetto Luciano per il lavoro e per la persona”.
Poi l’analisi tecnica dell’avversario: “Mi aspetto qualità. Le squadre di Spalletti hanno sempre identità, vogliono fare la partita e vincere. È un grande allenatore, ha cultura calcistica”.
Benfica in emergenza, ma senza alibi
Mourinho ammette le difficoltà di organico: “Siamo pieni di infortunati, ma chi c’è conosce cosa significa rappresentare il Benfica e la sua storia”. Un messaggio chiaro al gruppo: niente distrazioni, solo la missione vittoria.
Il ritorno allo Stadium e i fischi
Sul clima dello Stadium, Mourinho non si sorprende: è già stato fischiato a Torino in varie esperienze, ma lascia intendere che l’episodio che pesa di più resta quello legato all’Inter. Una rivalità che, ancora oggi, accende l’atmosfera ogni volta che lo Special One torna in Italia.
Ora, però, conta solo il campo: Juve-Benfica è davvero “una finale”, e Mourinho lo sa.



