Vent’anni di differenza, un derby che segna una nuova storia. Luka Modric, classe 1985, e Davide Bartesaghi, 2005, ieri hanno giocato il loro primo vero derby di Milano nello stesso giorno. Due generazioni lontane, due modi di stare in campo che sembrano opposti, ma che insieme hanno tenuto in piedi il Milan nella sfida più attesa della stagione.
Modric ha illuminato la serata: guida, ordine, copertura, intelligenza. Quando ha sbagliato un passaggio – episodio rarissimo – la tribuna ha reagito come ai tempi di Liedholm: stupore. Il croato ha saputo tenere i tempi, fare filtro e dare sicurezza alla squadra, confermando perché è considerato un maestro del ruolo.
Dall’altra parte, Bartesaghi ha vissuto la sua notte più grande con una calma sorprendente. Non si è notato? È il miglior complimento possibile. Preciso, attento, mai sopra le righe. Figlio di sacrificio e pazienza, era la riserva di tutti nelle giovanili e durante il Covid si allenava con pesi costruiti dal padre muratore. La sua crescita è stata lenta ma costante, come le storie più belle nel calcio.
A fine partita ha parlato con lucidità da veterano:«Il derby era un sogno da bambino. Sapevo fosse la mia occasione e volevo dare tutto. Adesso il mio grande obiettivo è la Nazionale».
Il sogno azzurro è complicato, ma chi avrebbe scommesso su di lui un anno fa? La sua storia insegna una verità semplice: nel calcio la costanza e l’intelligenza contano più del talento puro.



