Leao, il solito enigma: Allegri cambia tutto, ma lui resta sempre lo stesso

Cambiano presidenti, dirigenti, allenatori, compagni, moduli e metodi, ma Rafael Leao resta sempre uguale a se stesso. Il talento che incanta e irrita, che accende la luce a intermittenza e che da anni rincorre quel salto di qualità definitivo che, forse, non arriverà mai. Nemmeno con Massimiliano Allegri, che pure aveva promesso di costruirgli intorno un Milan solido, maturo e vincente.

Eppure, dopo appena un paio di mesi, il rapporto sembra già entrato nella fase più complicata. Il tecnico toscano lo aveva difeso, coccolato, incoraggiato, ma ora il tempo delle carezze sembra finito. Restano le parole, pesanti come macigni, pronunciate prima e dopo lo 0-0 contro la Juventus: “Ha voglia di fare, ma non è nelle mie mani: è nelle sue. Aiutati che Dio ti aiuta”, aveva detto alla vigilia. Dopo la partita, il tono si è fatto ancora più netto: “Uno come lui deve fare gol. Deve determinare. È un giocatore importante, ma deve esserlo sempre.”

Il déjà-vu continuo

Quello con Leao è un copione che il Milan conosce bene. Ogni stagione parte con le stesse speranze e finisce con la stessa sensazione di incompiutezza. Contro la Juve, Allegri ha perso la pazienza anche in diretta: le telecamere lo hanno immortalato mentre si rivolgeva al portoghese con un eloquente “Rafa, oh, non mi fare inc… eh!” poco prima di mandarlo in campo.

Il tecnico si aspettava una reazione, un colpo, un guizzo. Invece ha trovato un’altra occasione sciupata, un altro tiro molle, un’altra giocata incompiuta. “Perché?”, sembra gridare Allegri battendosi la testa con le mani dopo l’errore del suo numero 10. È lo stesso “perché” che accompagna Leao da anni: il talento che fa la differenza solo a tratti, incapace di trovare quella continuità che separa i buoni giocatori dai fuoriclasse.

Un problema di mentalità

Più che tecnico, il limite sembra psicologico. Leao vive di ispirazione e libertà, ma Allegri pretende costanza e sacrificio, soprattutto in un Milan che fa della disciplina la sua nuova identità. Già contro il Napoli, il tecnico si era irritato vedendo il portoghese non rientrare in copertura nei minuti finali di una gara giocata in inferiorità numerica: tutti a stringere i denti, tranne lui. E quando un allenatore come Allegri, che ha già costruito squadre vincenti senza avere campioni assoluti in ogni ruolo, perde la pazienza, è un segnale.

Il Milan, oggi, è più collettivo e meno dipendente dalle giocate dei singoli. È organizzazione, intensità, struttura. Tutto ciò che Leao, in questo momento, non riesce a incarnare fino in fondo.

L’eterno incompiuto

Il rischio è che Rafael resti per sempre ciò che è ora: un talento cristallino che non diventa mai decisivo con continuità. Allegri, pragmatico com’è, lo sa e si sta già adattando: il Milan che vince e convince lo fa spesso senza di lui.E forse, paradossalmente, proprio questa è la dimostrazione più chiara del nuovo corso rossonero: un Milan che non aspetta più Leao per essere grande.

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