Alla vigilia della sfida contro il Como, Igor Tudor aveva pronunciato una frase che oggi suona come una chiave di lettura del momento bianconero: “Il Como è una finta piccola, ha investito tanto e i giocatori li ha scelti tutti l’allenatore, una bella cosa”. Dietro questa osservazione apparentemente neutra si nasconde un pensiero più profondo: il tecnico croato sta allenando una Juventus non completamente sua, costruita con logiche di mercato che precedono il suo arrivo e che oggi pesano sul rendimento della squadra.
Un’eredità complessa
Tudor si è trovato a gestire una rosa disomogenea, frutto di decisioni passate e di una strategia ancora da ridefinire. Dal caso Koopmeiners, inseguito ma mai arrivato, fino all’“equivoco Vlahovic”, rimasto in scadenza dopo un’estate passata sul mercato, il tecnico ha dovuto adattarsi a un gruppo con lacune strutturali. In difesa il lavoro di riorganizzazione sta dando i suoi frutti, ma a centrocampo e in attacco persistono squilibri. Tudor ha accettato la sfida con coraggio, ma la sensazione è che stia ancora pagando errori non suoi.
La Juventus che non è (ancora) di Tudor
Il croato, arrivato per dare una nuova identità alla squadra, continua a mostrarsi paziente e lucido, ma anche diretto nel far capire le proprie difficoltà. In pubblico non cerca alibi, ma tra le righe riconosce che il processo di ricostruzione passa anche da scelte non sue. “Beato Fabregas”, ha detto con una punta d’invidia, riferendosi a un Como costruito interamente secondo le idee del suo tecnico. Tudor, invece, lavora su un mosaico assemblato da altri, cercando di farne una squadra coerente e competitiva. Il suo obiettivo resta quello di trasformare questa Juve in qualcosa di più suo, ma servirà tempo — e soprattutto fiducia.



