Il calcio resta uno sport che migliora la salute e allunga la vita, ma l’eccessivo numero di partite e allenamenti alza sempre di più il rischio infortuni. È quanto emerso dal convegno scientifico organizzato dall’Associazione Italiana Calciatori allo stadio Olimpico, dal titolo emblematico: “Il calcio fa bene? – Incidenza della pratica sportiva sulla salute dei calciatori”.
Nella conferenza, esperti come Emanuela Taioli, Walter Della Frera e Piero Volpi hanno illustrato i risultati di due studi: il primo, su 5.388 atleti di Serie A e B tra il 1975 e il 2003, ha mostrato come i calciatori abbiano una salute mediamente migliore della popolazione generale, con un tasso di mortalità più basso per malattie cardiovascolari e tumori. Il secondo, invece, ha evidenziato l’impatto dei traumi sull’osteoartrosi: il 17% degli ex giocatori tra i 35 e i 45 anni ne è affetto, contro il 6% della popolazione generale.
Volpi ha sottolineato come il calcio moderno richieda una preparazione fisica pari a quella tecnica, con carichi sempre più elevati: «Si giocano 60-70 partite l’anno e circa 240-250 allenamenti: se il rapporto scende sotto il 3,7, il rischio di infortuni esplode». Tra le soluzioni, ha ricordato l’importanza della sosta invernale (oggi abolita) e delle cinque sostituzioni, fondamentali anche per prevenire problemi muscolari.
Dai dati emerge un quadro chiaro: i calciatori vivono più a lungo e in salute, ma l’aumento del calendario e la pressione sulle prestazioni mettono a rischio la loro carriera. A confermarlo è stato anche il presidente dell’AIC, Umberto Calcagno: «Il calcio fa bene, ma il problema infortunistica è serio e reale, perché si gioca troppo. È un tema su cui stiamo lavorando da tempo».



